L’inferno è vivere con un uomo violento

L’inferno è vivere con un uomo violento

 

Vittima per anni insieme ai figli. «Sono stati loro a darmi la forza di denunciarlo»

ERA DIVENTATA UN INFERNO la vita di una famiglia della Vaidinievole ovest: la racconta la donna vittima insieme ai figli della violenza del tuo convivente, che ha infierito per anni su di lei e sui ragazzi, quattro sotto i 15 anni, alcuni nati da una precedente relazione di lei. L’elenco delle violenze fisiche e psicologiche e dei reperti medici è lunga. Provvidenziale è stata la segnalazione di questo terribile stato di cose fatta dai servizi sociali – ai quali gli inquirenti sono particolarmente grati per l’impegno messo in campo – a conoscenza dei ripetuti episodi di violenza, ai carabinieri di Pescia. Le indagini, condotte dal comandante della stazione di Pescia, Renato Paladini, non nuovo a indagini andate a buon fine in questo ambito, sono scattate nel febbraio scorso. Tutti fatti che hanno portato il sostituto procuratore Ornella Galeotti – magistrato pistoiese da tempo specializzata e impegnata sul fronte del contrasto alle violenze su donne e minori – alla richiesta al gip Roberto Tredici di una misura per allontanare quanto prima l’uomo, 38enne, dall’ambiente familiare. L’uomo ora non può avvicinarsi alla casa familiare. Un divieto che è valido anche per la frequentazione dei luoghi di lavoro e di studio della donna e dei minori, nel caso dovesse violare i divieti, rischierà un provvedimento più grave.

«NON MI VERGOGNO, non ho niente di cui vergognarmi, io. Penso che sia giusto invece raccontare come la tua vita possa trasformarsi in un incubo continuo, dei peggiori, quando tu con i tuoi figli vivi con un uomo violento. Ho passato quattro anni in preda alla paura: una paura in alcuni momenti così forte che mi sono fatta la pipì addosso».

E’ una donna di 38 anni, con molti figli – il più piccolo ha pochi mesi – a voler parlare della sua drammatica storia, simile a quella di tante altre che subiscono per anni, a volte per una vita intera, maltrattamenti, violenze, umiliazioni, minacce dal proprio uomo, restando segnate per sempre. Lei ha avuto il coraggio di dire basta, ha trovato la forza per chiedere aiuto. Come? «Sono stati i miei figli – risponde e si commuove – a darmi questa forza. Anche loro sono stati vittime della furia del mio compano, sia quelli che ho avuto dal primo marito, sia quelli suoi. Mi è scattato qualcosa dentro, mi sono detta che dovevo proteggerli. Non potevo farli vivere in balia della violenza di quell’uomo. Era il figlio più grande a dirmelo: come fai, mi diceva, a sopportare tutto questo? Perché».

Ripercorre le tappe del calvario. «Quando l’ho conosciuto era buono, gentile, disponibile anche con i miei figli. Ci ho creduto. Ma non era quella la sua vera natura: la sua violenza è esplosa dopo. Mi sono accorta che aveva cominciato a bere e quando era ubriaco se la prendeva con tutti noi».

Un uomo di 38 anni, maghrebino, anche lui con un lavoro stabile: «ma i soldi li spendeva per bere, non si preoccupava di altro, se non di mangiare e bere. Dei bisogni dei figli non gli importava granché. Non dovevo parlare, non dovevo accusarlo. Dovevo stare zitta, se no mi aggrediva e passava alle mani».

UN MIX MICIDIALE: un uomo violento e appartenente a un’aura cultura, quella musulmana, nel suo caso inconciliabile con i comportamenti di una donna occidentale, alla sua autonomia, al non voler essere completamente sottomessa, in silenzio. «Mi diceva come dovevo vestirmi, i colori degli abiti dovevano essere scuri. Mi ha imposto di non battezzare i nostri figli e voleva per il maschio la circoncisione. Ma mi sono opposta. Dettava legge, anche sui rapporti sessuali: io non posso prendere la pillola per motivi di salute, ma lui non voleva usare il preservativo: mi sembrerebbe di andare con una prostituta, mi diceva».

La vittima dell’ennesima storia di continue liti che finiscono con botte, spintoni, urla, offese, gelosie senza senso: «Per picchiare – racconta la donna – quando tornava a casa la sera dopo essere uscito con gli amici e aver bevuto, usava un mestolo di legno: non c’era un motivo a far scattare la sua furia, se la prendeva a casaccio con qualcuno di noi. Ma a volte non bastava a placarlo. La violenza era sempre più forte: quando ha preso a calci a marzo scorso il mio figlio maggiore, tanto da mandarlo in ospedale con un distacco della milza, ho capito che non potevamo continuare a stare con lui. Tutte le volte prima, l’avevo alla fine riaccolto. Certo, c’erano stati tanti episodi, tutti uguali, un copione che si ripeteva: lui ubriaco, lui che ci aggrediva, lui che si scusava e chiedeva perdono, promettendo che non sarebbe più successo. Quando sci terrorizzata per quello che stai passando, vuoi credergli, vuoi che l’incubo finisca, che torni come l’avevi conosciuto, gentile e affettuoso. Ma li stai illudendo. L’ho capito all’improvviso e ho detto basta».

UNA DONNA CORAGGIOSA, che tu alle spalle una vita dura – operaia – come il compagno ora allontanato – ha sempre lavorato per sbarcare il lunario e mantenere i figli. «Da bambini sono stata adottata – ricorda – e questo è stato un fatto importante; ho sofferto molto, anche se chi mi ha accolto non mi ha mai fatto mancare niente. Volevo che i miei figli avessero una famiglia serena: forse è per questo che ho resitito. Volevo che fosse così» ma così non era. Avevo già passato una separazione, non volevo che anche il secondo tentativo fallisse. E poi c’era il timore di non essere creduta, che se chiedevo aiuto, vista la situazione, mi avrebbero tolto i figli. Per me, adottata, questo era inaccettabile. Lui mi minacciava, mi diceva che se lo avessi denunciato, me l’avrebbe fatta pagare e non avrei più potuto vedere i bambini».

MA È ANDATA DIVERSAMENTE: ha chiesto aiuto alle assistenti sociali e l’ha avuto. «Dopo l’episodio dei calci a mio figlio, che patisce ancora le conseguenze, mi hanno sistemato con i bambini in una struttura. Mi hanno accompagnalo dai carabinieri di Pescia e il comandante ha preso a cuore la mia vicenda, le mie denunce. I servizi sociali mi hanno dato una mano, anche economica, a farcela da sola nell’accudimento dei bambini, abbiamo anche il sostegno di una psicologa della Asl. Ma è durissima. Finalmente il magistrato ha disposto il suo allontanamento, non può avvicinarsi alla casa e ai posti frequentali dai figli. Ma continuo a vivere nella paura. Anche l’altra notte ho sentito dei colpi giù alla porta: so per certo che era lui. E l’altro giorno me lo sono trovato all’improvviso dietro di me. Ho il terrore che possa farci ancora del male. Vorrei che fosse espulso, che fosse costretto a tornare nel suo Paese. Ma so bene che non sarà facile farlo sparire dalla mia vita. Ora può vedere i figli un’ora alla settimana, alla presenza delle assistenti sociali. Sono ancora confusa: ce la farò? Sono riuscita a tornare nella mia casa e, risparmiando su tutto, possiamo vivere decentemente. I miei figli sono più sereni. Non ne potevamo più. Ma lui è sempre in questa zona e non so cosa potrà fare, quali saranno le sue reazioni. So che non si arrenderà e ho paura».

 

Servono sinergia e sensibilità

Le leggi da sole non bastano

LA SINERGIA è un elemento fondamentale per riuscire ad aiutare le donne vittime di violenze, ma anche sempre più spesso delle persecuzioni di ex fidanzati, compagni, amanti, il cosiddetto stalking. Le leggi che sanzionano e reprimono questi comportamenti – veri e propri reati penali – che spesso, come la cronaca insegna, possono sfociare in fatti di sangue, ci sono, ma non sempre è così semplice riuscire a vederle applicate. Intanto le vittime devono trovare il coraggio di denunciare. Quando questo avviene, e le statistiche dicono che emerge solo una percentuale limitata, molto dipende dalla sensibilità di chi interviene. Nel caso della testimonianza, che riportiamo sotto, la “macchina” ha funzionato a dovere e il risultalo, il provvedimento di allontanamento dell’uomo violento con i suoi familiari. è stato emesso, dando uno spiraglio di una vita più serena alle vittime dei suoi soprusi.

 

di Cristina Privitera

 


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