Se la violenza è in famiglia. Come proteggere le donne vittime di soprusi familiari

Se la violenza è in famiglia. Come proteggere le donne vittime di soprusi familiari

 

Se la violenza è in famiglia

Come proteggere le donne vittime dei soprusi quotidiani

L’associazione ‘liberetutte’: «In aumento i casi»

VIOLENZE in famiglia: serve un lavoro comune di tutti i soggetti coinvolti in base alle proprie competenze per ottenere i risultati migliori e più efficaci a salvaguardia delle donne vittime dei soprusi. A lanciare l’appello per creare un tavolo al quale riunirsi tutti insieme per ottenere un maggior coordinamento dell’impegno di ciascuno è stato il Centro antiviolenza «Liberetutte», attivo dal 2004, con una giornata di riflessione e confronto con i rappresentanti delle istituzioni, di altri centri antiviolenza, forze dell’ordine e magistratura (unica assente la Asl).

Oggi per una donna che subisce violenze non è facile né immediato ottenere risposte. Lo sforzo comune è dunque necessario e ha trovalo una prima conferma nelle recenti convenzioni stipulate dal Centro con le amministrazioni comunali di Montecatini – che ha sostenuto l’organizzazione dell’incontro di mercoledì scorso all’Api – e di Pescia. E questo perché, nonostante l’impegno di centri come quello «Liberetutte» e delle forze dell’ordine, manca in Italia una legislazione adeguata che assicuri pene certe, e tempestive, per chi è responsabile di quelle forme di persecuzione nei confronti di mogli, compagne, fidanzate, attuali o ex, che spesso sfociano in vere e proprie violenze e che rendono la loro via un incubo.

UN FENOMENO in crescita anche nella nostra zona, se si pensa che il Cav «Liberetutte» dal 2004 a oggi ha seguito 95 casi di donne vittime di maltrattamenti e violenze, psicologiche o fisiche. Casi tutti della Valdinievole. «L’obiettivo è costituire un tavolo permanente con tutti i Comuni del comprensorio – spiega Giovanna Sottosanti, responsabile del Cav «Liberetutte» – partendo dalle convenzioni sottoscritte con Montecatini e Pescia, che sono un segno formale e concreto di attenzione al valore del lavoro che abbiamo svolto. Le donne che si rivolgono a noi vengono non solo ascoltate, ma possono contare anche sul supporto dei nostri legali, Chiara Mazzeo e Francesca Barontini, e della consulenza della psicologa Luisa Bonafede». Ed è sbagliato ritenere che le vittime di violenze appartengano in gran parte ai disagio sociale o provengano da paesi poveri: sono sopratutto italiane e del ceto medio. «Liberetutte» dispone anche di una casa-rifugio per le emergenze, che fe parte di una rete di centri in tutta Italia accreditati presso il ministero delle Pari opportunità. «Ma il nostro fine non è certo quello di far uscire di casa tutte le donne, anzi – sottolinea Sottosanti – piuttosto quello di sostenerle, aiutarle a capire quali sono i loro diritti e a recuperare l’equilibrio per trovare una via di uscita».

IN VALDINIEVOLE negli ultimi anni ci sono stati vari casi di donne perseguitate da ex, alcuni dei quali finiti con episodi violenti e quindi assai pericolosi. Tutti episodi che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine e misure di allontanamento, quasi mai però sufficienti a far desistere gli uomini, alcuni dei quali arrestati, dopo aver violato più volte violato i divieti ai quali erano sottoposti. Alcune di queste vicende sono state seguite dal comandante della stazione dei carabinieri di Montecatini, Biagio D’Errico, presente all’incontro promosso da «Liberetutte», con cui ha più volte collaborato.

 

Forze dell’ordine sempre più coinvolte

NELLE storie di violenza in famiglia una collaborazione importante è ritenuta quella con le forze dell’ordine.

Lo ha ha fatto notare durante l’incontro che si è svolto all’Api, Loredana Dragoni del Cav «La Naia» di Prato, che da tempo svolge anche corsi di formazione sul tema delle violenze familiari ad operatori sanitari, ma anche alle forze dell’ordine: a breve ne terrà uno a Siena.

 

IL MAGISTRATO ORNELLA GALEOTTI

«Ma le straniere troppe volte non denunciano»

E’ CONVINTA della necessità di coordinamento e, per questo, della costituzione di un tavolo di confronto che divenga operativo, anche Ornella Galeotti (nella foto), sostituto procuratore di Pistoia, che ha acquisito una specializzazione in questo campo. E’ lei il magistrato che si occupa delle inchieste di violenza alle donne.

Quali sono i limiti delle leggi esistenti?

«Bisogna distinguere – risponde – perché se si tratta di violenze sessuali le norme consentono di emettere misure forti e con tempestività. Diversamente, tutti quei casi che ricadono nelle

minacce, stalking, bullismo, maltrattamenti in famiglia, sono considerati dal nostro codice (fermo a norme del 1930) assai meno gravi e quindi sono previste pene più lievi (fino a un anno di reclusione) e non sono previsti strumenti di indagine come le intercettazioni, né misure cautelari».

Eppure ultimamente sempre più spesso vengono emessi provvedimenti come il divieto di frequentare i luoghi dove vivono le vittime… E il magistrato cita come esempio positivo quanto

avviene invece negli Stati Uniti, paese all’avanguardia sul contrasto di questo tipo di soprusi, dove l’intervento per bloccare l’autore delle violenze e dei maltrattamento è immediato perché supportato da norme ad hoc.

Galeotti ritiene che comunque si riesce a ottenere mollo di più rispetto al passato, quando si riesce a lavorare in sinergia e «si può contare – fa notare – sul supporto di centri antiviolenza, che dispongono ad esempio di case rifugio».

Resta però impenetrabile, nella nostra zona, una parte di mondo femminile.

«Quello delle donne straniere – dice il magistrato – che gravitano nel business del sesso e dei locali notturni. Un mondo a parte che non riesce a fidarsi delle istituzioni».

I casi di violenza in generale sono in aumento?

«Sono di più quelli che emergono e crescono i casi di difficoltà in famiglia, ritengo che rispetto alla nostra evoluzione culturale sul tema della violenza alle donne ci sia stato un arretramento. Si credeva che la parità dei diritti tra i sessi in termini di libertà fosse assodata, ma non è così. Le donne sono tornate a essere incasellate in ruoli schematici: la donna bella, la brava mamma e così via. E’ quasi come se ci fosse stata una contaminazione da parte delle culture nelle quali i diritti delle donne sono lontani dall’essere riconosciuti».

 

di Cri.P.

 


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