Dal voodoo al marciapiede

Dal voodoo al marciapiede

 

NUOVE SCHIAVE Arrivano in Europa sotto il giogo di una paura antica e di modernissimi trafficanti che sfruttano la superstizione per controllare il racket del sesso. Perché spesso, raccontano le vittime, tutto è cominciato con un rito cruento in un villaggio africano

Lavorano anche di giorno, sotto il sole o con la pioggia. E quando scende la sera, all’ora di cena, per un momento, a parte loro, sulla strada non c’è più nessuno. Come statue di ebano, le ragazze nigeriane restano ad aspettare i clienti che arriveranno durante la notte. A tenerle lì raramente è una libera scelta, a legarle alla strada spesso è un ricatto. Si chiama voodoo.

Non parliamo di tre secoli fa. E non siamo nemmeno nel regno del Dahomey, su quella che fu la famigerata “costa degli schiavi”, nell’Africa occidentale. Accade oggi, per esempio in Italia, per esempio sulla Domiziana, il bordello all’aperto più grande d’Europa.

Castefvolturno, nel Casertano, è un paese che lancia una lingua di trenta chilometri di asfalto tagliati a metà dalle acque del fiume Volturno. Da una parte la fitta pineta e il mare, dall’altra le case e un’amara campagna dove le bufale pascolano per produrre le mozzarelle, orgoglio di un’intera regione. Su questo lembo di terra, ai poco più di quindici mila abitanti originari se ne aggiungono quasi altrettanti, in prevalenza africani. E se non fosse chiaro che si tratta di Italia, si potrebbe pensare di essere stati catapultati in un sobborgo di Asmara o nella periferia dannata di Nairobi.

Moltissime ragazze sono arrivate qui da Edo. da Lagos, da Benin City, da Uromt e da decine di villaggi della Nigeria.

Sono loro la merce, il sesso esotico, donne-bambine per un piacere tutto maschio e italiano.

A gestire il mercato è la mafia di Lagos, quella che le autorità hanno ribattezzato “mafia degli sciamani” ma che gli abitanti del posto, più semplicemente, si limitano a chiamare “camorra nera”. A campeggiare come uno spirito alato tutt’altro che salvifico c’è l’occultismo del voodoo, una vera maledizione per queste schiave del terzo millennio costrette a battere i marciapiedi. A controllare le ragazze una volta arrivate a destinazione ci pensano le madame, “le signore”: il toro compito è terrorizzare le ragazze richiamandosi a culti magici attraverso i quali dicono di poter causare la morte loro, o quella dei loro familiari, per intervento di spiriti maligni.

Tutto comincia In Nigeria. Gli affiliati delle organizzazioni dedite al traffico della prostituzione già da un po’ di anni passano al setaccio Interi villaggi per convincere padri e madri a mandare in Europa le proprie figlie, magari quelle più carine, a studiare o lavorare per costruirsi un destino che le strappi alla miseria e alla fame. Molti ci cascano e alcune famiglie firmano un vero e proprio contratto, con il quale si impegnano formalmente a pagare all’organizzazione, nel giro di un paio d’anni, la somma di 50 mila dollari in cambio del viaggio, del passaporto e del “lavoro sicuro” per la propria figlia.

Il passo successivo è proprio il rito del voodoo, quello che in Nigeria chiamano ju-ju. Alle ragazze vengono tagliate le unghie delle mani, i peli delle ascelle e quelli del pube che vengono poi raccolti, assieme a qualche goccia di sangue mestruale, a una fotografia e ad alcuni indumenti intimi in una ciotola di legno. Il tutto viene consegnato a una sorta di stregone, di solito un uomo del villaggio o del quartiere dalla forte personalità, che da inizio alla cerimonia. E ciò che terrorizza le ragazze non è tanto, o solo, la previsione delle catastrofi che potranno abbattersi su di loro o sulle loro famiglie, ma sapere che alcune parti, per di più intime, del proprio corpo siano in tutto e per tutto nelle mani dello stregone. Del resto il voodoo rappresenta una sfera importante nella tradizione della ragazza nigeriana che, spesso, dalla campagna arriva in Europa e in Italia. È qualcosa a cui lei crede ciecamente, con assoluta convinzione. Ne sono ben consapevoli gli uomini delle organizzazioni criminali, come pure lo “stregone” che, forte dei suoi poteri, le fa giurare di non dire mai a nessuno il nome delle persone che la porteranno in Italia, e che lì la “aiuteranno”.

La paura accompagna fin dall’inizio il “grande viaggio” verso l’Occidente. Ascoltando molte ragazze e raccogliendo le testimonianze, ti rendi conto come ognuna racconti unitinerario diverso. A volte è un volo per Dakar, Senegal, di qui l’attraversamento del deserto, la Mauritania, il Marocco, il braccio di mare che separa l’Africa dall’Europa, infine Madrid. Altre volte il volo le porta direttamente in Europa, con scali intermedi a Lisbona, Amsterdam o anche a Mosca. Ma c’è anche chi racconta di viaggi quasi interamente fatti a piedi. È il caso di Magdatene: «Una settimana dopo il giuramento partii con altre dieci ragazze che non conoscevo. Partimmo in direzione del Niger, e attraversammo il deserto del Sahara. A piedi, capisci? Certo, con noi c’erano anche alcune guide pagate dall’organizzazione: loro, però, viaggiavano sui cammelli».

Magdalene parla bene l’inglese, e quando parla lo fa sempre tenendo la testa bassa, con gli occhi rivolti al pavimento, come vivesse con un perenne senso di vergogna.

Poi, per un attimo, alza la testa e incrocia il sorriso di suor Margareth, una religiosa, anche lei nigeriana, venuta fin qui per assistere queste schiave della Domiziana. e così riprende a parlare: «Durante il viaggio nel deserto una ragazza stava molto male, le era anche venuta la febbre, sudava e sbatteva i denti dal freddo. Dopo due giorni morì, ma le guide decisero di abbandonarla sulla sabbia. È capitato a molte altre». Magdalene ha 18 anni, quando arrivò a Castelvolturno ne aveva sedici. Pochi giorni dopo il suo arrivo la madame, per tenerla legala ancora di più a sé. la costrinse a bere alcune gocce del suo sangue. Ancora oggi ricorda con terrore quel momento, eppure è una delle poche che è riuscita a sfuggire alla tratta e a vincere il voodoo grazie proprio all’aiuto di suor Margareth e di alcuni missionari comboniani come Franco Nascimbene, Giorgio Potetti e Claudio Gasbarro, che lavorano per regalare a queste donne-bambine una vita degna di questo nome.

Anche Mary ha vinto la sua guerra, ma solo a metà. È a Castelvolturno da tre anni e ha vissuto gli stessi supplizi della sua amica Magdalene. «Ho finito di pagare il mio debito da poco», racconta timorosa, «ma ancora vado spesso sulla Domiziana a prostituirmi. Pago soltanto i 250 euro al camorrista che passa a riscuoterli ogni mese; il resto è tutto mio. Che altro posso fare? Qui trovare un lavoro normale è impossibile. E poi chi darebbe lavoro a una puttana senza passaporto né permesso di soggiorno?». Già, perché sia l’uno che l’altro restano nelle mani della madame anche una volta che il debito con l’organizzazione è stato estinto: una vessazione praticata per controllare meglio le ragazze ma anche per poter usare quegli stessi documenti per far entrare in Europa e in Italia un’altra ragazza da sfruttare.

Così tanto Magdalene quanto Mary hanno ancora paura.

Paura, ad esempio, che la madame abbia potuto impartire l’ordine al clan di vendicarsi sulle loro famiglie rimaste in Africa. Pur parzialmente libere, Magdalene e Mary hanno anche un’altra paura, ancora più intima, e difficile da confessare: quella che il proprio corpo, umiliato e offeso, in futuro possa essere rifiutato da qualsiasi altro uomo. E poi temono che i loro aguzzini possano far del male a suor Margareth e ai padri comboniani. La camorra, bianca o nera che sia, non va tanto per il sottile quando vede sottrarsi le fonti di guadagno. Ed è disposta a lottare con tutti i mezzi a disposizione. Oppure pensano, come a un incubo, al giorno in cui torneranno in Nigeria e dovranno raccontare di essere venute in Italia non per studiare o lavorare, ma per essere letteralmente vendute all’asta.

Succede di solito In uno del tanti cascinali abbandonati di Castelvolturno: le ragazze sono costrette a sfilare nude, con le madame disposte a pagare, per sfruttarle, una media di 2 mila euro a testa. Più sono carine e più valgono.

La madame ha un ruolo centrale nel controllo del mercato.

Ognuna di loro, la più potente, di solito la più anziana, ha alle proprie dipendenze circa venti mamam, come le chiamano le ragazze, ognuna delle quali controlla, a sua volta, cinque-sei prostitute. Prima di affrancarsi da questo “impegno”, prima di sciogliere il contratto firmato in patria, dovranno pagare il famoso riscatto di cinquantamila euro per riavere almeno un pezzo della propria libertà. La media giornaliera per ciascuna di loro (partendo da una base di 15 euro a prestazione), deve essere di almeno venti clienti al giorno per un guadagno quotidiano minimo di 250 euro.

Ma basta un solo mancato pagamento per far scattare l’inferno del voodoo.

Qualche anno fa i clan criminali di Casal di Principe, capeggiati da “Sandokan” (al secolo Francesco Schiavone) e i clan della mafia di Lagos entrarono in conflitto per il controllo del territorio nel mercato del sesso. Una guerra durata all’incirca tre anni, con morti da ambo le parti, che alla fine portò i contendenti a sedersi attorno a un tavolo per raggiungere un accordo: in quella occasione la camorra locale concedeva alla camorra nera l’appalto per lo sfruttamento della prostituzione in cambio del “posto”, vale a dire di una tangente di 250 euro al mese per ogni ragazza lasciata in strada. E così è stato.

La mafia degli sciamani nigeriani è un fenomeno complesso, una organizzazione criminale estremamente violenta che in Italia ha messo radici da pochi anni ma con una velocità sbalorditiva. In Nigeria opera la cosiddetta mafia di Langtan. che fa capo all’omonima tribù originaria della zona centrale del Paese e che si occupa prevalentemente di traffico di droga ad altissimi livelli, spesso con gli stessi cartelli colombiani. In Italia e in altri Paesi europei, invece, la mafia nigeriana gestisce soprattutto la tratta delle donne per la prostituzione. Qui. a fare da capofila, generalmente sono membri delle etnie Yoruba, Havsa, Ishan, Benin e lgbo. Sono queste a operare sul territorio di Castelvolturno, ma anche di Torino e dell’Emilia Romagna. A Mirandola, nel Modenese, lo scorso 21 luglio fu ritrovato il cadavere di una ragazza nigeriana dall’apparente età di ventanni: non aveva più la testa, il corpo affiorava da un canale.

Una vera esecuzione, troppo violenta per non avere fini dimostrativi. L’omicidio, che secondo l’autopsia fu commesso da almeno due persone, doveva servire da esempio per qualche altra “collega”. Molto probabilmente la ragazza doveva essere arrivata in Italia da poco tempo: dalle impronte digitali si è stabilito che non era mai stata identificata in nessuna questura del Paese né come clandestina, né tanto meno come prostituta. Di lei non si sa neppure il nome.

Nella sola provincia di Caserta si calcola ci siano più di mille donne che lavorano nel circuito della prostituzione. Il che significa che circa diecimila uomini ogni giorno, solo in questa provincia, comprano sesso. E se, come probabilmente avviene, chi lo compra il lunedì non torna il martedì, i clienti reali sono molti di più.

Anche sulla Domiziana l’estate è agli sgoccioli. Gli ultimi turisti parlano del tempo che cambia, essiccano cavallucci marini sotto l’ombrellone e fanno attenzione a non disturbare l’onda sulla battigia che sembra portare antichi profumi e nuove promesse. Dopo le grandi tragedie, scriveva un commediografo francese, si finisce sempre per soffiarsi il naso.

(Le fotografie sono dell’agenzia Cosmos/Grazia Neri)

 

di Giuseppe Rolli Foto e Lorena Ros


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