Quando la violenza è in casa

Quando la violenza è in casa

 
Quando la violenza è in casa
C’è chi viene picchiata per aver cotto male una bistecca. E chi per semplice gelosia. Sempre più spesso le mogli scoprono che I’uomo che le dovrebbe amare è, in realtà, il loro peggior nemico. Cosi l’Inghilterra pensa a una misura drastica: schedare i mariti colpevoli di abusi. E in Italia? I centri di assistenza sono più di cento. Ma per molte donne la vita resta un inferno. Come ci confessa una di loro, per anni vittima del suo compagno. E come ci spiega anche uno dei pochissimi carnefici pentiti.
Margherita “Prima mi massacrava di botte, poi dava la colpa a me”

«Mi ha spaccato due volte il setto nasale, mi ha rotto una sedia sulla schiena, mi ha picchiato con mazze, fruste e tutto quello che trovava in giro durante le sue crisi di furia cieca. Ogni volta finivo in ospedale. “Ho avuto un incidente in macchina” dicevo ai dottori. E loro mi davano 20 giorni di prognosi. Sapevano che era stato lui, perché in un piccolo paese ci si conosce tutti, ma tacevano». A vederla adesso, cosi energica e piena di vita, è difficile spiegarsi come Margherita possa aver vissuto in questo inferno per quattro lunghi anni. Eppure lei è la stessa persona: quella che ha accettato di farsi massacrare dal suo compagno e quella che, all’improvviso, ha deciso di riprendere in mano il proprio destino. Oggi ha 26 anni e un figlio di 5. Fa due lavori, si occupa del bambino, ha trovato una casa che divide con un’amica. Insomma, ce l’ha fetta. «E’ stato mio figlio a salvarmi» racconta .Non sopportavo che vedesse il padre picchiarmi a sangue. Quando il mio compagno è finito in carcere dopo una rapina, io per solidarietà ho passato un anno chiusa in casa, come se fossi agli arresti domiciliari. Eppure, quando lui, ubriaco e pieno di cocaina, mi ha rivisto, ha urlato: “Sei una puttana! Lo so io cosa hai combinato!”. E giù botte e insulti. Pochi giorni dopo, ho preso il bambino e sono scappata, senza documenti né valigie. Se non l’avessi fatto, sarei finita nelle pagine di cronaca nera, come tante povere donne in questi giorni. Invece sono arrivata a Roma, dove ho scoperto un centro antiviolenza. Un gruppo di donne straordinarie mi ha aiutato a capire che sono una persona, che ho dei diritti, che posso scegliere. Non è stato facile: dopo anni passati a “non esistere”. Non avevo desideri, c’erano solo quelli del mio uomo. Non provavo neppure a dire: “Vorrei vedere quel film”. Altrimenti, sarebbero state botte. Mi ha picchiato per una bistecca cotta male, per una scopa messa storta, per il bambino che piangeva. Poi guardava il mio volto coperto di sangue e diceva: “Amore mio: guarda cosa ti sei fatta fare!”».

 

Mario “Sfogavo la mia rabbia. Ho capito che sbagliavo solo dopo molto tempo”

 

«L’ho picchiata tante di quelle volte… usavo anche i giornali arrotolati e bagnati, per non lasciare segni. Ricordo quando mi hanno licenziato dal cantiere edile. Carla, mia moglie, invece di consolarmi, mi fa: “E colpa tua, che arrivi sempre in ritardo”. I suoi rimproveri e i pianti della bambina piccola mi facevano diventare una belva, e allora mollavo pugni. Bevevo anche. E la colpivo ancora. Finché mia moglie non ha tentato il suicidio. E’ stato allora che ho pensato per la prima volta: devo cambiare o sarà la fine. Ma è passato un sacco di tempo prima che trovassi davvero il coraggio di farlo». Mario, 40 anni, impiegato, è un’eccezione, uno dei rari casi di pentimento. Ha ammesso di essere violento e ha chiesto aiuto a uno psicologo. Per imparare a controllare la propria aggressività e riconquistare l’amore di sua moglie. «Soffrivo di ansia e di gelosia» ricorda. «Seguivo Carla quando usciva di casa, sono arrivato a con-

trollare il contachilometri della sua auto. E, non trovando prove, esplodevo di rabbia. Il primo figlio di mia moglie, di 11 anni, dormiva sempre con la porta della sua stanza aperta per correre ad aiutare la madre, nel caso l’avessi pestata». E successo spesso. Una volta Mario ha gettato Carla fuori dalla macchina e l’ha lasciata in mezzo alla strada. Sanguinante, piena di lividi. Ha picchiato persino la figlia di tre anni, perché non smetteva di fare i capricci e le sue urla gli davano alla testa. Allora è scoppiato il terremoto: la sua vittima, che faceva da punching ball ai suoi sfoghi, è scappata di casa con i due bambini. Mario è rimasto solo con la sua vergogna, e si è finalmente deciso a chiedere aiuto. «Mi sono confidato con il parroco, che mi ha mandato da un assistente sociale» racconta. «Alla fine, mi ha preso in cura uno psicologo. Dopo tre anni di terapia, sono uscito dal tunnel della violenza, ho recuperato mia moglie e i miei figli. Oggi ho un lavoro stabile. Ogni tanto la gelosia mi assale di nuovo, ma ora ne parlo con mia moglie. Non bevo più, faccio karate. E’ un modo per tenere  a bada la rabbia» .

 

Qui è possibile chiedere aiuto

Nessuno sa quante siano in Italia le donne vittime di insulti, botte e abusi tra le mura di casa. Anche perché, come ha rivelato un’indagine Istat del 1999, l’82.7 per cento di loro tace e non denuncia il compagno. Ma il numero deve essere alto, se nel nostro Paese si contano ormai un centinaio di centri antiviolenza. «L’unica cosa che chiediamo a chi si rivolge a noi è di voler uscire davvero da una situazione familiare violenta» spiega Emanuela Moroli, giornalista e presidente dell’associazione “Differenza Donna”, che a Roma gestisce due centri. «In realtà, si tratta di storie estreme, in cui i bambini sono testimoni di percosse spaventose. Quindi è difficile che, dopo essere andata via di casa, una donna torni indietro, tra le braccia del proprio carnefice. Noi la aiutiamo a scoprire che non è un destino essere vittima degli uomini e che i mariti non hanno alcun diritto di esercitare la violenza. Quando una donna se ne rende conto, comincia anche ad avere voglia di riproiettare il proprio futuro». E per gli uomini che cosa si fa? A differenza di quanto accade in Austria, Germania, Olanda, nel nostro Paese nessuno si occupa dei “cattivi” che vogliono cambiare. Con un’eccezione: nel 2001 la Caritas ha aperto a Bolzano un consultorio per uomini, finanziato dalla Provincia (per contattarlo, scrivere a mb@caritas.bz.it). «Il dieci per cento dei nostri pazienti ha problemi nel gestire la propria aggressività» spiega il direttore Gerhard Duregger. «Ma non li definirei psicotici». Allora perché sono violenti? Risponde Emanuela Moroli: «Per secoli l’uomo ha avuto un potere assoluto sulla donna. E’ difficile cancellare questa cultura».

 

di Antonella Trentin

 


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