Persecuzioni alla ex: severa condanna a tre anni

Persecuzioni alla ex: severa condanna a tre anni

 

Confermati tre anni di pena per un 35enne

PERSECUZIONI gravi e ripetute alla ex, con tanto di danneggiamenti e minacce: la pena severa decisa in primo grado è stata ribadita, senza nessuno sconto, anche in appello. Una sentenza a suo modo esemplare che ha applicato il massimo di pena prevista per i reati contestati all’imputato, ma che nei fatti si avvicina alle pesanti condanne introdotte successivamente, da uno a 4 anni, per il nuovo reato di stalking (termine inglese per indicare atti persecutori gravi e che significa letteralmente fare la posta).

Enrico Massaro, 35 anni di Agliana dove lavora per la ditta del fratello, originario di Monsummano e all’epoca abitante a San Baronto, è stato condannato a tre anni di reclusione; la corte d’appello (composta dai giudici Ravone, presidente, Lami e Materia) ha poi confermato anche l’obbligo di dimora ad Agliana e il divieto di avvicinarsi alla zona dove abita la vittima (il Montalbano) e la pirovvisoniale per il risarcimento dei danni subiti dalla giovane donna in 16mila euro contro la quale si era accanito per averlo lasciato. Provvisoniale che Massaro, dopo la sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Pistoia nel 2007, non ha mai provveduto a pagare. L’uomo era stato arrestato nel maggio del 2007 ed era finito in carcere. La vittima della persecuzione aveva racontato mesi fa al nostro giornale i drammatici momenti vissuti in balia dell’ex, con il quale aveva avuto una breve relazione.

GRANDE LA SODDISFAZIONE dell’avvocato di parte civile, Barbara Mercuri del foro di Prato. «Sappiamo per esperienza – spiega – che spesso gli autori di questo tipo di persecuzioni la fanno franca. In questo caso ha sicuramente avuto un peso l’atteggiamento dell’imputato che, dopo la sentenza di primo grado, non ha mai dato segni di pentimento nei confronti degli atti commessi. Dal punto di vista umano, è comprensibile che una persona possa perdere la testa e non controllare più i suoi comportamenti. Ma dopo, dovrebbe esserci una riflessione. Invece l’imputato non ha neanche provveduto a risarcire la vittima dei danni concreti che le aveva causato». Il legale fa riferimento all’auto della donna, danneggiata per il tamponamento provocato dall’uomo durante un inseguimento, durante il quale aveva tentato di farla uscire di strada. Ma anche al fatto che lei avesse dovuto cambiare casa per riuscire a non essere trovata, dovendosi sobbarcare il costo di un affitto.

La giovane donna, 37 anni, presente in aula anche per il processo d’appello, ha sempre dimostrato grande coraggio e lucidità nel ricostruire gli episodi subiti. Già nel corso delle udienze di primo grado erano state prodotte le prove della persecuzione, vedi la registrazione delle telefonate di minaccia fatte da Massaro, in cui le diceva cose come «mi possono anche mettere in carcere, ma poi esco e ti ammazzo». Minacce che aveva rivolto anche nei confronti della figlia piccola di lei.

E’ una storia che contiene tutti gli elementi tipici dell’atteggiamento e dei gravi comportamenti di chi non accetta di interrompere una relazione, ma spesso anche di un matrimonio o di una convivenza.

OLTRE ALLE TELEFONATE, ci furono altri gravi episodi: inseguimenti, appostamenti fuori da casa con tentativi di avvicinarla con intenzioni aggressive fino ad arrivare alle minacce di morte a lei e alla figlia. Un accanimento che le aveva tolto la libertà di spostarsi liberamnente e che di fatto la faceva vivere nel terrore. La giovane donna si è sempre ritenuta «fortunata nella sfortuna», per essere riuscita a ottenere giustizia, grazie all’impegno prima delle forze dell’ordine che svolsero le indagini (l’ispettore Severina Romano e l’allora capo della squadra mobile di Pistoia, Paolo Guiso), del sostituto procuratore che le guidò, Ornella Galeotti, ma anche delle operatrici del centro antiviolenza «Liberetutte» di Montecatini e dei legali che l’hanno assistita nel procedimento penale, l’avvocato Mercuri, e e in sede civile, Alberto Valentini, per ottenere un adeguato riconoscimento dei danni penali e morali patiti.

 

di Cristina Privitera


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